Ignoranza della legge penale: articolo 5 del Codice Penale

ignoranza della legge penaleL’ articolo 5 C.p., sotto la rubrica “ignoranza della legge penale” pone un problema di legittimità costituzionale, in quanto disciplinando un elemento negativo (l’ignoranza) non offre possibilità d’operare distinzioni di disciplina tra le diverse cause dell’ignoranza o tra le varie modalità concrete nelle quali la medesima si manifesta.

La mancata considerazione delle relazioni tra soggetto e legge penale, l’idea che nessun rilievo giuridico va dato all’ ignoranza della legge penale, è il risultato di tre impostazioni ideologiche.

La prima contesta che l’obbedienza o la trasgressione della legge abbia attinenza con la conoscenza od ignoranza della medesima. La seconda sottolinea che, essendo l’ordinamento giuridico sorretto da una “coscienza comune” che lo legittima e costituendo la trasgressione della legge “episodio” particolare, incoerente e ingiustificato non può lo stesso ordinamento condizionare l’effettiva applicazione della sanzione penale alla prova della conoscenza, da parte dell’agente, per ogni illecito, del particolare precetto violato. La terza impostazione ideologica- politica, attiene all’illuministica “maestà” della legge, la cui obbligatorietà non va condizionata dalle mutevoli “psicologie” individuali nonché dall’alea della prova, in giudizio, della conoscenza della stessa legge.

Contro la prima tesi, va osservato che, supposta l’esistenza di leggi giuridiche statali, nessun dubbio può fondatamente sorgere in ordine al principio che spetta all’ordinamento dello Stato stabilire le condizioni in presenza delle quali esso entra in funzione (e, tra queste, ben può essere prevista la conoscenza della legge che si viola).

Alla seconda tesi va obiettato che, in tempi in cui le norme penali erano circoscritte a ben precisi illeciti, ridotti nel numero e, per lo più, costituenti violazione anche di norme sociali universalmente riconosciute, era dato sostenere la regolare conoscenza, da parte dei cittadini, dell’illiceità dei fatti violatori delle leggi penali; ma, oggi, tenuto conto del notevole aumento delle sanzioni penali, sarebbe quasi impossibile dimostrare che lo Stato sia effettivamente sorretto da una “coscienza comune” tutte le volte che “aggiunge” sanzioni a violazioni di particolari, spesso “imprevedibili”, valori relativi a campi, come quelli previdenziale, edilizio, fiscale ecc., che nulla hanno a che vedere con i delitti, c.d. naturali, di comune “riconoscimento” sociale.

Alla terza impostazione ideologico-politica va obiettato che, certamente, è pericoloso, per la tutela dei valori fondamentali sui quali si fonda lo Stato, condizionare, di volta in volta, alla prova in giudizio della conoscenza della legge penale, da parte dell’agente, l’effettiva applicabilità delle sanzioni penali ma che, tuttavia, il principio dell’irrilevanza assoluta dell’ ignoranza della legge penale non discende dall’obbligatorietà della stessa legge; tant’è vero che nei sistemi nei quali si attribuisce rilevanza all’ ignoranza della legge penale non per questo la legge diviene “meno obbligatoria”.

Sul piano metodologico va osservato che non è prospettiva esaustiva quella che esamini il tema dell’ ignoranza della legge penale considerando il solo “istante” nel quale il soggetto oggettivamente viola la legge penale nell’ignoranza della medesima.

È indispensabile, infatti, non trascurare le “cause” della predetta ignoranza e, pertanto, estendere l’indagine al preliminare stato delle relazioni tra ordinamento giuridico e soggetti ed in particolare ai rapporti tra l’ordinamento, quale soggetto attivo dei processi di socializzazione di cui all’art. 3, secondo comma, Cost. ed autore del fatto illecito. 

In merito ai criteri in base ai quali va stabilita l’inevitabilità dell’ ignoranza della legge penale, occorre chiarire che l’inevitabilità dell’errore sul divieto (e, conseguentemente, l’esclusione della colpevolezza) non va misurata alla stregua di criteri c.d. soggettivi puri (ossia di parametri che valutino i dati influenti sulla conoscenza del precetto esclusivamente alla luce delle specifiche caratteristiche personali dell’agente) bensì secondo criteri oggettivi: ed anzitutto in base a criteri (c.d. oggettivi puri) secondo i quali l’errore sul precetto è inevitabile nei casi d’impossibilità di conoscenza della legge penale da parte d’ogni consociato.

Tali casi attengono, per lo più, alla (oggettiva) mancanza di riconoscibilità della disposizione normativa (ad es. assoluta oscurità del testo legislativo) oppure ad un gravemente caotico (la misura di tale gravità va apprezzata anche in relazione ai diversi tipi di reato) atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari ecc.

La spersonalizzazione che un giudizio formulato alla stregua di criteri oggettivi puri necessariamente comporta va compensata dall’esame di eventuali, particolari conoscenze ed “abilità” possedute dal singolo agente: queste ultime, consentendo all’autore del reato di cogliere i contenuti ed il significato determinativo della legge penale escludono che l’ ignoranza della legge penale vada qualificata come inevitabile.

Ed anche quando ci si valga di “altri” criteri (c.d. “misti”) secondo i quali la predetta inevitabilità può esser determinata, fra l’altro, da particolari, positive, circostanze di fatto in cui s’è formata la deliberazione criminosa (es. “assicurazioni erronee” di persone istituzionalmente destinate a giudicare sui fatti da realizzare; precedenti, varie assoluzioni dell’agente per lo stesso fatto ecc.) occorre tener conto della “generalizzazione” dell’errore nel senso che qualunque consociato sarebbe caduto nell’errore sul divieto ove si fosse trovato nelle stesse particolari condizioni dell’agente; ma, ancora una volta, la spersonalizzazione del giudizio va compensata dall’indagine attinente alla particolare posizione del singolo agente che, in generale, ma soprattutto quando eventualmente possegga specifiche “cognizioni” è tenuto a “controllare” le informazioni ricevute.

Il fondamento costituzionale della “scusa” dell’inevitabile ignoranza della legge penale vale soprattutto per chi versa in condizioni soggettive d’inferiorità e non può certo esser strumentalizzata per coprire omissioni di controllo, indifferenze, ecc., di soggetti dai quali, per la loro elevata condizione sociale e tecnica, sono esigibili particolari comportamenti realizzativi degli obblighi strumentali di diligenza nel conoscere le leggi penali.

Inevitabile si palesa anche l’errore sul divieto nell’ipotesi in cui, in relazione a reati sforniti di disvalore sociale è, per l’agente, socializzato oppur no, oggettivamente imprevedibile l’illiceità del fatto. Tuttavia, ove la mancata previsione dell’illiceità del fatto derivi dalla violazione degli obblighi d’informazione giuridica, che sono alla base d’ogni convivenza civile deve ritenersi che l’agente versi in evitabile e, pertanto, rimproverabile ignoranza della legge penale.

Come in evitabile, rimproverabile ignoranza della legge penale versa chi, professionalmente inserito in un determinato campo d’attività, non s’informa sulle leggi penali disciplinanti lo stesso campo.

Il nuovo testo dell’art. 5 c.p., derivante dalla parziale incostituzionalità dello stesso articolo che qui si va a dichiarare, risulta così formulato: “L’ignoranza della legge penale non scusa tranne che si tratti d’ignoranza inevitabile”.

Spetta poi al legislatore stabilire se l’ignoranza evitabile della legge penale meriti un’attenuazione di pena, come per gli ordinamenti tedesco occidentale ed austriaco, oppure se il sistema dell’ ignoranza della legge penale debba restare quello risultante a seguito della dichiarata parziale illegittimità costituzionale dell’art. 5 C.p.

CORTE COSTITUZIONALE SENTENZA 23-24 MARZO 1988 N. 364

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *