La prova nel giudizio di primo e di secondo grado

provaIn un sistema processuale come quello vigente, caratterizzato dalla dialettica delle parti, alle quali compete l’onere di allegare le prove a sostegno delle rispettive richieste, il giudice deve limitarsi a valutare soprattutto la pertinenza della prova al thema decidendum.

Ogni diversa valutazione, collegata alla attendibilità della prova e quindi al “risultato” della stessa, esula dai poteri del giudice ( l’art. 190 C.p.P. prevede invero che le prove sono ammesse a richiesta di parte) e finirebbe per espropriare le parti del diritto alla prova.

Tale diritto alla prova non è, però, “assoluto“, ponendo lo stesso legislatore dei limiti: il giudice è tenuto infatti ad escludere le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti (art. 190 comma 1, C.p.P.).

Tali principi  sono stati reiteratamente ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui “il diritto all’ammissione della prova indicata a discarico sui fatti costituenti oggetto della prova a carico, che l’art. 495, comma 2, C.p.P. riconosce all’imputato incontra limiti precisi nell’ordinamento processuale, secondo il disposto degli artt. 188, 189, 190 C.p.P. e, pertanto, deve armonizzarsi con il potere-dovere, attribuito al giudice del dibattimento, di valutare la liceità e la rilevanza della prova richiesta, ancorchè definita decisiva dalla parte, onde escludere quelle vietate dalla legge e quelle manifestamente superflue o irrilevanti“.

Per quanto riguarda il giudizio di secondo grado è altrettanto indubitabile che “il giudice d’appello, dinanzi al quale sia dedotta la violazione dell’art. 495, comma 2, C.p.P. deve decidere sull’ammissibilità della prova secondo i parametri rigorosi previsti dall’art. 190 stesso codice, mentre non può avvalersi dei poteri meramente discrezionali riconosciutigli dal successivo art. 603 in ordine alla valutazione di ammissibilità delle prove non sopravvenute al giudizio di primo grado”.

Laddove, invece, non venga dedotta la violazione dell’art. 495 C.p.P., il giudice di appello, in presenza di una richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, a norma dell’art. 603, comma 1 C.p.P., dispone l’integrazione istruttoria solo se ritenga che il processo non possa essere deciso allo stato degli atti.

Nel caso in cui, invece, le nuove prove siano sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, il giudice di appello dispone la rinnovazione dell’istruzione nei limiti previsti dall’art. 495 comma 1 (art. 603 comma 2 C.p.P.).

La netta distinzione tra le due diverse ipotesi è pacificamente riconosciuta, per cui quando in appello venga richiesta l’assunzione di nuove prove, il giudice di appello è obbligato a disporre la rinnovazione del dibattimento se le nuove prove di cui si chiede l’assunzione siano sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, mentre negli altri casi solo se ritenga di non essere in grado di decidere allo stato degli atti.

Il sistema delineato dal legislatore è, quindi, assolutamente lineare e coerente. La parte che non abbia fatto richiesta dei mezzi di prova nei limiti e nei termini di cui all’art. 495 può (a parte il caso di ammissioni di prove ex art. 507 C.p.P. cui non può non far seguito l’ammissione delle eventuali prove contrarie), successivamente, vedersi riconosciuto il diritto alla prova soltanto se si tratti di prove nuove o scoperte dopo il giudizio di primo grado. In tal caso (e solo in tal caso) vi è una sorta di “restituzione in termini“, venendo la parte rimessa nella situazione preesistente; sicchè il giudice deve decidere sull’ammissione della prova secondo i criteri di cui al combinato disposto degli artt. 495 comma 1 (richiamato dall’art. 603 comma 2 C.p.P.) e 190 C.p.P., potendo quindi rigettarla soltanto se “manifestamente superflua o irrilevante“.

Corte di Cassazione Penale Sent. Sez. 3 Num. 20555 Anno 2015

 

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