Processi Pendenti: applicazione della messa alla prova

processi pendentiLa Corte Costituzionale ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 464-bis, comma 2, C.p.P., in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali  “nella parte in cui, in assenza di una disciplina transitoria, analoga a quella di cui all’art. 15-bis co. 1 della legge 11 agosto 2014, n. 118, preclude l’ammissione all’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova degli imputati di processi pendenti in primo grado, nei quali la dichiarazione di apertura del dibattimento sia stata effettuata prima dell’entrata in vigore della legge 67/2014” .

Ad avviso del Giudice rimettente, sarebbe violato in particolare:

  • l’art. 3 Cost., in quanto la norma impugnata, individuando un “discrimine unico”, valido tanto per i processi nuovi quanto per i processi pendenti, disciplina in modo identico situazioni nettamente difformi, consentendo solo agli imputati dei primi di aver accesso al nuovo, più favorevole, istituto.
  • l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 7 della CEDU, in quanto, rispetto ai processi pendenti in primo grado per i quali la preclusione era già maturata al momento dell’entrata in vigore della nuova legge, la deroga al principio della retroattività della lex mitior non sarebbe sorretta da una sufficiente ragione giustificativa.

La messa alla prova adulti comporta, oltre alla tenuta da parte dell’imputato di condotte volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato e, ove possibile, al risarcimento del danno, l’affidamento al servizio sociale con un particolare programma. La concessione della messa alla prova è inoltre subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità (art. 168-bis C.p.). L’esito positivo della prova estingue il reato per cui si procede (art. 168-ter C.p.).

Il nuovo istituto ha effetti sostanziali, perché dà luogo all’estinzione del reato, ma è connotato da un’intrinseca dimensione processuale, in quanto consiste in un nuovo procedimento speciale, alternativo al giudizio, nel corso del quale il giudice decide con ordinanza sulla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova.

La norma impugnata stabilisce i termini entro i quali, a pena di decadenza, l’imputato può formulare la richiesta: sono termini diversi, articolati secondo le sequenze procedimentali dei vari riti.

I suddetti termini sono collegati alle caratteristiche e alla funzione dell’istituto, che è alternativo al giudizio.

Consentire, sia pure in via transitoria, la richiesta nei processi pendenti, eventualmente con la partecipazione della parte civile (che avrebbe maturato una legittima aspettativa alla decisione), significherebbe alterare in modo rilevante il procedimento.

Inoltre il legislatore gode di ampia discrezionalità nello stabilire la disciplina temporale di nuovi istituti processuali o delle modificazioni introdotte in istituti già esistenti, sicché le relative scelte, ove non siano manifestamente irragionevoli, si sottraggono a censure di illegittimità costituzionale.

Secondo il giudice rimettente, la mancanza della norma transitoria, impedendo l’applicazione retroattiva di una norma penale di favore, sarebbe pure in contrasto con il principio sancito dall’art. 7 C.E.D.U. della retroattività della lex mitior.

Il giudice rimettente però non considera che la preclusione di cui lamenta gli effetti è conseguenza non della mancanza di retroattività della norma penale ma del normale regime temporale della norma processuale, rispetto alla quale il riferimento all’art. 7 della CEDU risulta fuori luogo.

Il principio di retroattività si riferisce al rapporto tra un fatto e una norma sopravvenuta, di cui viene in questione l’applicabilità, e nel caso in oggetto l’applicabilità e dunque la retroattività della sospensione del procedimento con messa alla prova non è esclusa, dato che la nuova normativa si applica anche ai reati commessi prima della sua entrata in vigore.

L’art. 464-bis C.p.P., nella parte impugnata, riguarda esclusivamente il processo ed è espressione del principio “tempus regit actum”.

Il principio potrebbe essere derogato da una diversa disciplina transitoria, ma la mancanza di questa non è certo censurabile in forza dell’art. 7 della CEDU.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, ritenendo che il principio di retroattività della legge penale più favorevole sia un corollario di quello di legalità, consacrato dall’art. 7 della CEDU, ha fissato dei limiti al suo ambito di applicazione, desumendoli dalla stessa norma convenzionale.

Il principio di retroattività della lex mitior, come in generale “le norme in materia di retroattività contenute nell’art. 7 della Convenzione”, concerne le sole “disposizioni che definiscono i reati e le pene che li reprimono”.

Perciò è da ritenere che il principio di retroattività della lex mitior riconosciuto dalla Corte di Strasburgo riguardi esclusivamente la fattispecie incriminatrice e la pena, mentre sono estranee all’ambito di operatività di tale principio le ipotesi in cui non si verifica un mutamento, favorevole al reo, nella valutazione sociale del fatto, che porti a ritenerlo penalmente lecito o comunque di minore gravità.

La Corte dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 464-bis, comma 2, C.p.P.

Corte Costituzionale sent. n. 240 del 2015

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