Sequestro preventivo, anche parziale, di un sito Web

sequestro preventivoLe Sezioni Unite della Corte di Cassazione affrontano il problema dell’ammissibilità o meno del sequestro preventivo, anche parziale, di un sito web.

La questione concerne la possibilità giuridica di disporre il sequestro preventivo delle risorse informatiche o telematiche d’interesse per contrastare reati commessi nella rete Internet.

In questo caso la misura cautelare si concretizzerebbe non nella materiale apprensione della cosa pertinente al reato o nella indisponibilità giuridica della stessa, bensì nell’imposizione all’indagato, all’imputato ovvero a terzi di un facere, consistente nel compimento delle operazioni tecniche necessarie per oscurare e rendere inaccessibile agli utenti la visione del sito o della pagina web incriminati.

Ciò tradirebbe la natura reale della cautela, che si trasformerebbe in una inibitoria atipica con effetti obbligatori, il che violerebbe il principio di legalità processuale.

Il sequestro preventivo può avere ad oggetto solo il risultato di un’attività e non l’attività in sé, perché è estranea ad esso la funzione di inibizione di comportamenti.

Analizzando i presupposti del sequestro preventivo ex art. 321 C.p.P., appare evidente che essa sia caratterizzata da un immediato fine di prevenzione.

La misura, pur raccordandosi ontologicamente a un reato, può prescindere totalmente da profili di “colpevolezza”, proprio perché la funzione preventiva non si proietta necessariamente sull’autore del fatto criminoso, ma sui beni, postulando un vincolo di pertinenzialità col reato.

E’ necessario chiarire se il dato informatico possa rientrare nel concetto di “cosa”, oggetto di coercizione reale.

Internet non è un luogo, né uno spazio, ma una metodologia di comunicazione ipertestuale che consente l’accesso a qualsiasi contenuto digitale posto su sistemi informatici connessi alla rete.

La dimensione fisica delle informazioni reperibili attraverso la rete telematica consiste nella struttura di ciascun file e si radica spazialmente nel computer, al cui interno il documento è materialmente memorizzato.

I documenti reperibili in rete non sono altro che files (registrazioni magnetiche o ottiche di bytes) registrati all’interno dei servers degli Internet Service Providers ovvero sui computers degli utenti.

Il dato informatico, quindi, è incorporato sempre in un supporto fisico, anche se la sua fruizione attraverso la rete fa perdere di vista la sua “fisicità”.

A seguito dell’entrata in vigore della Legge 18 Marzo 2008, n. 48, di ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, sulla criminalità informatica (cybercrime)  il dato informatico è esplicitamente equiparato al concetto di “cosa”, che, se pertinente al reato, può essere oggetto di sequestro.

Le modifiche apportate, in esecuzione di tale Convenzione, dalla Legge n. 48 del 2008 al Codice Penale e a quello di Procedura Penale confermano l’assimilazione del dato informatico alle “cose”e quindi oggetto di sequestro.

Ma la normativa processuale richiamata incide direttamente sul sequestro probatorio, quale mezzo di ricerca della prova.

Nessun riferimento al sequestro preventivo.

Mai due istituti, pur perseguendo scopi diversi, hanno la comune caratteristica di scongiurare una indiscriminata utilizzabilità della res che ne forma oggetto, sottraendola alla disponibilità materiale e/o giuridica del proprietario, possessore o detentore.

Ne consegue che l’equiparazione normativa del dato informatico alla res devono essere estese al sequestro preventivo avente ad oggetto dati informatici.

Pertanto, devono individuarsi, nel rispetto del principio di legalità processuale, le concrete modalità esecutive della cautela reale che ha ad oggetto risorse telematiche o informatiche, non essendo rinvenibile nel codice di rito alcuna norma analoga a quella prevista per il sequestro probatorio (art. 254 bis C.p.P.).

Occorre stabilire se il sequestro preventivo debba essere limitato alla sola adprehensio in senso fisico della “cosa” o piuttosto debba concretizzarsi in una vera e propria inibitoria rivolta al fornitore di connettività, che deve impedire agli utenti l’accesso al sito o alla singola pagina web incriminati .

Ritiene il Collegio che il sequestro preventivo di risorse telematiche o informatiche sia compatibile con la detta inibitoria, la sola in grado di assicurare “effettività” alla cautela.

Alla luce delle argomentazioni sin qui sviluppate, deve enunciarsi il seguente principio di diritto:

 “Ove ricorrano i presupposti del fumus commissi delicti e del periculum in mora, è ammissibile, nel rispetto del principio di proporzionalità, il sequestro preventivo ex art. 321 C.p.P. di un sito web o di una singola pagina telematica, anche imponendo al fornitore dei relativi servizi di attivarsi per rendere inaccessibile il sito o la specifica risorsa telematica incriminata”.

Corte di Cassazione S. U. n. 31022 Anno 2015

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