La cena triste. Poesia di Cesare Pavese

La cena triste Il paradiso sui tetti I morti Fumatori di carta Gente che non capisce Dissipa tu se lo vuoi Una stagione Gioielli La farandola dei fanciulli sul greto Tentava la vostra mano la tastieraLa cena triste

Proprio sotto la pergola, mangiata la cena.
C’è lì sotto dell’acqua che scorre sommessa.
Stiamo zitti, ascoltando e guardando il rumore
che fa l’acqua a passare nel solco di luna.
Quest’indugio è il più dolce.

La compagna, che indugia,
pare ancora che morda nel grappolo d’uva
tanto ha viva la bocca; e il sapore perdura,
come il giallo lunare, nell’aria. Le occhiate, nell’ombra,
hanno il dolce dell’uva, ma le solide spalle
e le guance abbrunite rinserrano tutta l’estate.

Son rimasti uva e pane sul tavolo bianco.
Le due sedie si guardano in faccia deserte.
Chissà il solco di luna che cosa schiarisce,
con quel suo lume dolce, nei boschi remoti.
Può accadere anzi l’alba che un soffio più freddo
spenga luna e vapori, e qualcuno compaia.
Una debole luce ne mostri la gola
sussultante e le mani febbrili serrarsi
vanamente sui cibi. Continua il sussulto dell’acqua,
ma nel buio. Né l’uva né il pane son mossi.
I sapori tormentano l’ombra affamata,
che non riesce nemmeno a leccare sul grappolo
la rugiada che già si condensa. E, ogni cosa stillando
sotto l’alba, e le sedie si guardano, sole.
Qualche volta alla riva dell’acqua un sentore,
come d’uva, di donna ristagna sull’erba,
e le luna fluisce in silenzio. Compare qualcuno,
ma traversa le piante incorporeo, e si lagna
con quel gemito rauco di chi non ha voce
e si stende sull’erba e non trova la terra:
solamente, gli treman le nari. Fa freddo, nell’alba,
e la stretta di un corpo sarebbe la vita.
Più diffusa del giallo lunare, che ha orrore
di filtrare nei boschi, è questa è ansia enesausta
di contatti e sapori che macera i morti.
Altre volte nel suolo li tormenta la pioggia.

(La cena triste poesia di Cesare Pavese tratta dalla sezione “Maternità“, in Lavorare stanca, anno 1936).

 Lavorare Stanca ” è una raccolta di poesie di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 Settembre 1908 – Torino, 27 Agosto 1950) pubblicate nel 1936 a Firenze, che quasi ponendosi in profonda contraddizione con lo stile ermetico e complesso proprio di quel periodo, si caratterizza come poesia – racconto.

La raccolta poetica si suddivide in sei sezione: Antenati (I mari del Sud; AntenatiPaesaggio I; Gente spaesata; Il dio caprone; Paesaggio II; Il figlio della vedova; Luna d’agosto; Gente che c’è stata; Paesaggio III; La notte), Dopo (IncontroMania di solitudine; Rivelazione; Mattino; Estate; Notturno; Agonia; Paesaggio VII; Donne appassionate; Terre bruciate; Tolleranza; La puttana contadina; Pensieri di Deola; Due sigarette; Dopo) , Città in campagna, (Il tempo passaGente che non capisceCasa in costruzione; Città in campagna; Atavismo; Avventure; Civiltà antica; Ulisse; Disciplina; Paesaggio V; Indisciplina; Ritratto d’autore; Grappa a settembre; Balletto; Paternità; Atlantic Oil; Crepuscolo di sabbiatori; Il carrettiere; Lavorare stancaMaternità“ (Una stagione; Piaceri notturni; La cena triste; Paesaggio IV; Un ricordo; La voce; MaternitàLa moglie del barcaioloLa vecchia ubriaca; Paesaggio VIII), Legna verde (Esterno; Fumatori di carta; Una generazione; Rivolta; Legna verde; Poggio Reale; Parole del politico) e Paternità (Mediterranea; Paesaggio VI; Mito; Il paradiso sui tetti; Semplicità; L’istinto; PaternitàLo steddazzu); Appendice (Il mestiere di poeta; A proposito di certe poesie non ancora scritte).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *